Home LE MIE RICETTELIEVITATI La “Pinza/Focaccia” di mia nonna – comfort food

La “Pinza/Focaccia” di mia nonna – comfort food

by Lara Bianchini

Oggi stavo sfogliando il mio elenco di lettura blog, che allieta di solito il mio riposino poemeridiano (cioè quell’oretta in cui i mostriciattoli dormono) e ho trovato il nuovo contest indetto dal “Molino Chiavazza”.

Comfort Food?  Questa nozione di “comfort food” origina dal marketing di matrice Nordamericana. Si tratta di cibo che dà conforto, come dice la traduzione letterale. Cibo autentico, semplice, genuino e appagante, legato alle tradizioni, all’infanzia e alla famiglia.
Ma qual è il comfort food? Qui ovviamente entrano in gioco le differenze culturali. E’ corretto supporre che il cibo “comfort” sia il preferito da tutti, in ogni circostanza e in ogni fase della vita? Ovvero: il cibo è principalmente conforto?   Riflettendoci, ci accorgiamo che non c’è una regola valida sempre per tutti:  è ragionevole considerare che il cibo a un livello basilare risponda all’esigenza di nutrirsi per sopravvivere, mentre ad un maggiore livello di complessità – dove entrano in gioco anche il carattere, le influenze ambientali, la cultura etc. – attraverso il cibo si possano soddisfare motivazioni e bisogni di altra natura. Ad esempio, ma è solo una delle possibilità, il bisogno di ricevere conforto; ed è senz’altro vero che fin dalla nascita cibo e conforto ci vengono forniti contemporaneamente con l’allattamento (fonte psiconet nda)
Detto questo e ampliando il concetto quindi al di noi territorio, per me, e in un modo squisitamente nostalgico il comfort food per eccellenza è rappresentato da questa, croccante fuori e soffice dentro, “pinza” come la chiamava la Nonna e “Focaccia” come la chiameremmo noi adesso. Mi ricorda quelle sere invernali in cui aspettavo che la mamma tornasse dal lavoro con nasino schiacciato sul vetro di nonna, e dietro di me, al tavolo di cucina, mia nonna mi canticchiava una filastrocca per confortarmi finchè impastava la farina. Poi metteva in forno e per la casa si spandeva questo profumino di pane e quando era tutto pronto appena sfornato, arrivava anche mamma. Allora tagliavamo un salame e una fetta di formaggio, qualche radicchio insalata dell’orto, ed era cena, senza pretese ma con tanto calore, così tanto che adesso che nonna non c’è più, la “pinza” la faccio io.
24 ore prima
La biga
Mescolate in una ciotola 300 gr. di farina 0 con 3 gr di lievito di birra sciolti in 150 ml d’acqua tiepida.
Coprite e lasciate lievitare per 24 ore a temperatura ambiente.
Il giorno dopoimpastate la biga ottenuta con
750 gr di farina0
altri 8 gr di lievito di birra  sciolto in 600 ml. di acqua tiepida
15 gr di strutto
due cucchiaini di sale
1 cucchiaino di malto d’orzo
fare lievitare fino al raddoppio del volume, circa un paio d’ore
foderare due teglie di carta forno e riscaldare il forno a 220° statico

mettete mezzo panetto sulla carta forno e con le mani sporche di farina tiratelo fino a dargli una forma irregolare e montagnosa ma più o meno della grandezza della teglia, fate così anche con il secondo. pennellate di olio e cospargeteli di sale grosso.
Infornate, dopo circa 20 minuti invertite le teglie e dopo altri 5 minuti dovrebbero essere pronte, il sopra dorato.
Tirate fuori e tagliate a spicchi, consumate ancora calde con salumi e vari ripieni, sbizzarritevi insomma, vi sentirete pervadere da felicità pura e vi tirerete sù il morale. questa è una cena gioco, quindi…. Buon Appetito!!!!

Con questa ricetta partecipo al contest del Molino Chiavazza

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